4pt

l populismo è un elemento della democrazia

Un intellettuale controcorrente, libero e rispettato. Questo è Alain De Benoist, da oltre quarant’anni punto di riferimento di una cultura non elitaria ed arrogante, ma non per questo meno autorevole e ricca di spunti di riflessione. Non è un caso che il saggista francese venga spesso interpellato in patria e oltralpe per commentare i fatti della politica ed i cambiamenti ai quali stiamo assistendo negli ultimi anni. In questa intervista De Benoist, con la profondità di pensiero che lo contraddistingue,si sofferma sul fenomeno populismo al quale schiere di studiosi della politica e delle scienze sociali dedicano articoli e libri. «Il populismo – afferma De Benoist – è un elemento della democrazia da non confondere con l’estrema destra».

Vale ancora la pena di parlare di destra e sinistra come categorie di contrapposizione politica?

Da almeno mezzo secolo la differenza tra destra e sinistra è diventata sempre più obsoleta. Non ci consente di analizzare i rapporti di forza in campo politico. Ciò significa che tutti i principali avvenimenti politici degli ultimi anni si sono uniti ai notevoli cambiamenti sperimentati dalla società. Hanno creato nuove divisioni che hanno pure interessato i concetti di destrae di sinistra. La vecchia destra e la vecchia sinistra sono scoppiate, in particolare, sotto la spinta del populismo la cui ascesa è stata accompagnata dal declino o dalla scomparsa deivecchi partiti di governo. È un fenomeno al quale assistiamo, a vari livelli, in tutti i Paesi europei. Si pensi, ad esempio, al governo italiano. In Francia i due contendenti delle ultime elezioni presidenziali, Macron e Le Pen, avevano in comune il desiderio di andare oltre il concetto destra-sinistra. Questo è il motivo per cui l’elezione di Macron ha avuto una diretta influenza da voi, comportando una rivisitazione generale del panorama politico.

Il Logos indoeuropeo nel pensiero di Giorgio Gemisto Pletone

Il pensiero di Gemisto è puramente platonico e puramente metafisico. Il platonismo si fonda sul concetto stesso di eternità. Un’eternità che in quanto passato, presente e futuro si sviluppa non solo nel senso dell’avvenire. Il tempo nel platonismo è riflesso dell’eternità e come tale non è lineare ma verticale. L’anima umana pre-esistente, immortale e celeste, discende in vista dell’ascensione. La sua discesa nel mondo, e le sue possibili trasmigrazioni, si realizzano in previsione del ritorno all’unità originaria e universale. Il suo movimento si compie in due archi: uno discendente e l’altro ascendente. Non vi è morte ma solo ritorno alla sorgente di luce. Essere indoeuropei significa essere platonici nel senso di riconoscere come proprio un Logos filosofico fondato su gerarchia e verticalità e sulla constatazione intellettuale che le idee sono archetipi divini perenni dimoranti nello stesso intelletto divino. E solo attraverso una rigida disciplina si può venire in contatto con esse e apprenderne la Verità ultima.

Proprio sul ritorno ai fondamenti metafisici del Logos indoeuropeo si basava il progetto pletonico di realizzazione di una teocrazia platonico-spartana, costruita come riflesso della gerarchia celeste, per superare la crisi imperiale bizantina e restaurare su nuove basi l’Impero stesso. Tra i suoi innumerevoli detrattori non mancò chi lo paragonò all’imperatore Flavio Claudio Giuliano o chi lo accusò di voler distruggere il cristianesimo alla pari di quello che veniva ritenuto come un propugnatore di un’altra forma di neoplatonismo: il Profeta dell’Islam Maometto. Uno dei più accaniti fu quel Giorgio Scolario (1405-1473) che, paradossalmente, diverrà patriarca di Costantinopoli col nome di Gennadio II una volta che la capitale dell’Impero sarà conquistata dagli ottomani. Ed è proprio grazie al patriarca anti-unionista ed anti-occidentale che si devono la maggior parte delle informazioni riguardanti la gioventù di Giorgio Gemisto Pletone.

IL KATECHON NEGATIVO TRA SACRO E POTERE: L’AGONIA DELL’IMPERO AMERICANO E IL NUOVO NOMOS DELLA TERRA

A un anno di distanza dal drammatico e controverso attentato alle torri gemelle consumatosi a New York Tll settembre 2001, Carlo Galli pronunciava una vera e propria omelia funebre sul pensiero di Carl Schmitt (1888-1985): ormai, affermava, «sono in generale tutte le tesi politologiche di Cari Schmitt a trovarsi spaesate [...] nel contesto postmoderno della globalizzazione», al punto che «certo si deve riconoscere che la guerra globale comincia dove la teoria politica schmittiana si esaurisce. Una posizione che l’illustre politologo, seguito da molti altri, avrebbe costantemente ribadito negli anni successivi, incentrata sulla presunta intrinseca inadeguatezza del pensiero del giurista tedesco rispetto al fenomeno della globalizzazione - inteso come radicalmente discontinuo rispetto alla modernità, della quale soltanto Schmitt fu l’interprete, e fenomeno perciò interamente inedito, rispetto al quale tutte le categorie schmittiane risulterebbero inapplicabili -, con ciò dimenticando che l’età moderna si caratterizzò storicamente, tra il resto, proprio per il fatto che essa si aprì con la prima globalizzazione (le scoperte geografiche e l’espansione europea nelle Americhe, in Africa, in India, Cina e Giappone) e si chiuse con una seconda ondata globalizzatrice, quella del colonialismo. Una medesima ansia liquidatoria, e seppur in prospettiva diversa, nei confronti di Schmitt e del sempre ricorrente - perché ineludibile - problema della teologia politica, è emersa negli ultimi anni come prosecuzione di posizioni critiche assai risalenti nel tempo anche in interpreti acuti come Massimo Cacciari e Roberto Esposito.

“LA QUARTA TEORIA POLITICA” DI DUGIN: UNA FILOSOFIA PER UN NUOVO INIZIO

Lo studioso russo si confronta con “il problema del nostro tempo”, non solo con l’aridità esistenziale che lo contraddistingue, ma anche con lo stallo politico e la situazione di paradossale sospensione della storia nella quale siamo costretti a vivere, data la presunta insuperabilità del modello produttivo del capitalismo cognitivo e del sistema politico della governance che lo rappresenta.  Dugin, preso atto dello stato delle cose, si fa latore di un progetto che potrebbe determinare il corso del futuro del mondo. Proposta di grande ambizione la sua, sostenuta però da un atteggiamento pratico, che gli consente di individuare le difficoltà epocali che il percorso implica. Il filosofo, in un contesto storico diverso, riprende le fila della discussione intellettuale imposta dal miglior Spengler, relativa agli anni della decisione. Stiamo attraversando, infatti, anni consimili, in cui si impongono, a chi voglia determinare un cambio di rotta, scelte radicali. Per questo, La Quarta teoria politica, sostiene l’autore, è opera in fieri, un appello lanciato a quanti vogliano essere della partita, affinché contribuiscano all’elaborazione degli obiettivi da conseguire e definiscano i mezzi da utilizzare.

 

QUARTA TEORIA POLITICA E COMUNITARISMO

In Italia la Quarta Teoria Politica (4TP), o rivoluzione/conservatrice declinata nel contesto nazionale specifico del nostro Paese, ha certamente potuto vantare pensatori e intellettuali, perfino soggetti politici organizzati, che ne hanno rappresentato in un certo qual senso antesignani plausibili e credibili. In Italia, il pensiero politico in qualche modo riconducibile alla convergenza delle “estreme” in nome di una filosofia e di una prassi del riscatto dei ceti oppressi nacque nell’immediato dopoguerra nell’ambito di alcune correnti della sinistra missina che, col tempo, all’incirca nella seconda metà degli anni ’50 del XX secolo, si costituirono come movimenti politici autonomi il cui obiettivo consisteva nel collocarsi oltre la consolidata segnaletica politica dicotomica destra/sinistra. In realtà, le correnti politiche di cui sopra originarono precedentemente nel campo ideologico determinato del “fascismo di sinistra” o “fascismo rivoluzionario” e, ancor prima, nel novero delle sintesi politico-filosofiche strutturali di quella che possiamo definire, in buona sostanza, la “tradizione italiana”.

Chi volesse ripercorrere il percorso storico-filosofico alle radici di una sostanziale rivoluzione/conservatrice in Italia e fosse interessato alla genesi delle culture e perfino dei movimenti politici che animarono tale corrente di pensiero centrale nella ridefinizione critica e nell’inquadramento antropologico, storico e politico di quella che fu e che è la “tradizione italiana” o “sintesi nazionale” può leggere, tra gli altri: R. Sideri, Fascisti prima di Mussolini. Il fascismo tra storia e rivoluzione, Settimo Sigillo, 2018; L. L. Rimbotti, Fascismo rivoluzionario. Il fascismo di sinistra dal sansepolcrismo alla Repubblica Sociale, Passaggio al Bosco, 2018; N. Mollicone, L’Aquila e la Fiamma. Storia dell’anima nazional-popolare del MSI, Pagine I Libri de Il Borghese, 2017; A. Villano, Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai “nazimaoisti”, Luni Editrice, 2017; M. Veneziani, La Rivoluzione Conservatrice in Italia. Genesi e sviluppo della «ideologia italiana» fino ai nostri giorni, SugarCO, 1994; M. Veneziani, Di padre in figlio. Elogio della Tradizione, Laterza, 2002.

Dalla Russia Eterna a Putin

Ho elaborato una visione della Russia Eterna che, nell’attuale fase di transizione politica, non va dimenticata. La Russia, infatti, deve tornare alla sua identità profonda, spirituale. Non è un ritorno conservatore al passato, ma un rivoluzionario salto in avanti nell’Eterno. È possibile essere russi soltanto seguendo un progetto politico che permetta di ricordarci realmente chi siamo. La nozione di Eurasia si sviluppa in questo contesto. La Russia ha infatti un’essenza imperiale, non nazionale: è Terza Roma ma anche erede dell’Impero di Gengis Khan. Questo è il telos – imperiale – dell’attuale fase di transizione. Si tratta di una vera e propria guerra epistemologica. Per questo non sono l’ideologo di Putin, ma della Russia.

 

SPUNTI PER COMPRENDERE LA QUARTA TEORIA POLITICA DI DUGIN

In questo scritto, vogliamo analizzare e provare a dare una chiave di lettura della “Quarta Teoria Politica” del filosofo e saggista Aleksandr Gel’evic Dugin. Non mancheranno degli spunti di riflessione come ha scritto lo stesso Dugin, trattasi di un “cantiere aperto”, accessibile a tutti ed in fase di osservazione e studio. Nella seconda edizione dell’opera, pubblicata da NovaEuropa Edizioni il 1 novembre 2017, troviamo dei testi inediti e la Prefazione scritta dell’autore per il pubblico italiano. L’introduzione dell’editore a cura di Luca Siniscalco, invoglia a comprendere l’ispirazione ermeneutica di Dugin, i suoi studi antropologici, sociologici, filosofici, dell’economia, della geopolitica, delle civiltà e dei tempi in cui viviamo. Anche se non ci convince pienamente… Un primo doveroso e sentito ringraziamento va a Camilla Scarpa.

I Sacerdoti ed I Guerrieri recuperino le loro posizioni essenziali

Io considero Martin Heidegger come il più grande filosofo. Ma esiste una sua parte esplicita, nei suoi scritti, ed una sua implicita. Egli fu in grado di sviluppare una base filosofica per molte differenti applicazioni del suo pensiero che egli stesso non specificò. In tal maniera io ho trovato in Heidegger molti principi di filosofia politica che, però, sono approcciabili solamente se siamo in grado di cogliere alcune allusioni, correzioni, precisazioni che possiamo dedurre dal contesto generale della sua opera filosofica. Tutto ciò non ha quasi nulla a che vedere con il suo personale coinvolgimento politico. E’ qualcosa di più profondo. In tal maniera, essendo a qualsiasi grado dei seguaci della Terza Teoria Politica egli ha posto le condizioni per la fondazione di una Quarta Teoria Politica e Metapolitica. Ciò valga anche per la geofilosofia. Sul piano esplicito egli non ha mai sviluppato nulla in merito ma se consideriamo il significato pieno del Da nel concetto di Da-sein, siamo in grado di scoprire la dimensione fondamentale della cosiddetta geografia, o anche del concetto di ambiente, dei mezzi per comprendere qualcosa di esistenziale. Io lo chiamo orizzonte esistenziale.

Perché leggere “La quarta teoria politica” di Aleksandr Dugin

L’uomo faustiano è stato l’apprendista stregone della società industriale, ha evocato forze titaniche che hanno ingenerato sommovimenti dissolutivi. Goethe, nel Faust, descrisse l’essere umano carpito dalla cupidigia dell’estrazione dell’oro che si trasforma in ricchezza di carta e usura, ma ora siamo a un passaggio ancora più radicale. Se prima la realtà prendeva la misura della moneta, ora nella rete digitale diviene pura virtualità, seguendo iperboliche serie di algoritmi.La fisica e la filosofia contemporanee hanno rivalutato l’idea del Caos, riferita non a un qualunque e informe disordine, ma ai sistemi complessi, alle equazioni con più risultati aperti, i quali, in realtà, costituiscono un ordine più complesso, difficile da afferrare nell’esperienza naturale, ma esistente; quindi il caos, in questa accezione, è una struttura dissipativa del logos, ultima propaggine del suo crollo e della sua decomposizione. Gilles Deleuze e Félix Guattari – non a caso – vorrebbero persuaderci della bontà del postmoderno come aggregato di frammenti non componibili che possono coesistere (rizoma), cui si può ben contrapporre l’intuizione di Alain de Benoist,secondo il quale bisogna invece pensare simultaneamente ciò che appare contraddittoriamente. Dobbiamo quindi ben distinguere tra due tipi di caos: quello postmoderno, che equivale alla confusione compiaciuta nel simulacro della presunta funzionalità tecnologica (gestell),e quello della classicità, cioè lo stato di disordine informe che precede il manifestarsi dell’ordine cosmico nell’alternarsi ciclico della complementarietà degli opposti. Oltre il confine dell’Essere c’è il Nulla, e il movimento verso questo limite è senza fine, ruota a spirale su se stesso. Niente e nessuno possono varcare questo confine verso il non essere, perché non esiste, non è. La condizione caotica dell’oggi, quindi,non è un determinismo, non ha il crisma dell’ineluttabile; è una possibilità, un’opportunità pre-ontologica. Sta tramontando l’estremo Occidente come contraffazione immanente del vivente, non certamente l’intangibile trascendenza del Vero e del Bello. La modernità ha ucciso l’eternità, la postmodernità vuole uccidere il tempo (fine della storia), ma il tempo non può venire meno, perché metafisicamente “immagine mobile dell’eternità”, capace di disporre nell’evento (ereignis) la sconfitta dei titani in favore degli Dei.

Heidegger contra Nihilismus. Una soluzione estetica?

Il presente saggio intende approfondire le riflessioni sull’arte formulate da Martin Heidegger, concentrandosi su L’origine dell’opera d’arte e La volontà di potenza come arte (nel Nietzsche), per rinvenire nella speculazione estetica del filosofo tedesco un luogo elettivo di confronto sulla questione del nichilismo. La nostra ricerca si basa sulla convinzione che il primato ontologico dell’arte, intesa da Heidegger come luogo di disvelamento della verità, possa condurre a una forma di oasi feconda all’interno dell’epoca del nichilismo. Per comprendere a fondo la presente nozione, il confronto con Nietzsche, e con la soluzione artistica contra Nihilismus da lui prospettata, ci è parso un compito ineludibile. Procedendo da questa comparazione e dall’analisi dei testi heideggeriani si può evidenziare come l’abissale ermeneutica dell’autore di Meßkirch rinvenga nell’arte il luogo più adatto all’apparizione dell’evento (Ereignis) della verità dell’Essere, ma come nel contempo la sua posizione filosofica cautelare non permetta il riconoscimento delle modalità specifiche dell’oltrepassamento del nichilismo; sfondo ineludibile della teoresi heideggeriana rimane la necessaria disponibilità e apertura esistenziale alla “pietà del pensiero” e all’apparizione destinale del Dio.

ORIZZONTE DELL’IMPERO IDEALE

L'economia sarà abolita e gli economisti saranno licenziati.

Anche la proprietà privata sarà abolita. Il sole brillerà. La terra e il tempo apparterranno all'Eidos. Non ci saranno né banche né grandi possedimenti. Rilke e Heidegger parlano di questo come "il trasferimento dei pesi dalle mani del mercante alle mani dell'angelo".

Ci saranno automobili, ma solo molto, molto belle.

Una delle arti più importanti sarà l'arte della danza. La danza diventerà un dovere politico. Tutti balleranno in cerchio; saranno inoltre promossi il tango, twist, bossa nova, che diventeranno obbligatori. Tutti dovrebbero poter ballare e i funzionari, come in Cina, dovranno inoltre disegnare e comporre poesie.

Verso i contadini ci sarà un atteggiamento votato alla sacralità. Tutta la vita sarà modellata per adattarsi ai contadini. Tutto per i contadini. La popolazione sarà pastorale e coltivatrice. L'agricoltura, il grano, l'uva, la cottura, i pani, così come i tori, le mucche, le pecore e le capre saranno elevati allo stato dell'ideologia statale. Alla vista di una spiga di grano o di un asino, per non parlare di un agricoltore o di un pastore, tutti i cittadini di Platonopoli dovranno accoglierli con il canto. A guidare l'umanità saranno il Pane e il Vino. Tori parlanti con la luna tra le corna serviranno Pane e Vino ai viaggiatori stanchi. 

Tutto intorno ci saranno giardini e foreste, così come animali selvatici insieme agli animali domestici. I lupi padroneggeranno i lavori manuali e aiuteranno i contadini a riparare i carri e cantare canzoni.

Il problema del male e le prospettive della Quarta Teoria Politica

Il progetto Grande Europa, espressione del “Manifesto di Chisinau”, può e deve essere il punto di partenza fondamentale per il risveglio dei popoli europei condannati all’insignificanza politica da più di settanta anni di occupazione coloniale nordamericana. Privata di autonomia e della sua identità spirituale e culturale, l’Europa è vittima di un fenomeno di spoliticizzazione che ha deformato nelle fondamenta il concetto di politico e la dicotomia amico/nemico insita al suo interno. La deformazione liberale del linguaggio è la trappola che, secondo Carl Schmitt, ha ridotto l’idea di “nemico” alla mera competizione sul piano economico. L’individuazione nel liberalismo del “male” (in quanto scuola di pensiero volta alla negazione di affermazioni assolute), rende la Quarta Teoria Politica la base metafisica su cui impostare la propria lotta rivoluzionaria e culturale contro il mondo moderno. Una lotta che, parafrasando Martin Hedigger, più che limitarsi alla conservazione (fenomeno anch’esso prettamente moderno), deve assumere la modalità di un ritorno (Ruckker) alla località del superamento della metafisica: ovvero, laddove il pensiero europeo ha intrapreso la via della modernità.

Il filosofo e mistico russo Vladimir Solov’ev nell’introduzione al suo testo fondamentale I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo si interrogava su cosa realmente fosse il male e su cosa determinasse la sua presenza nel mondo. “Che cos’è il male? Soltanto un difetto di natura, un’imperfezione che svanisce da sé con l’accrescersi del bene, oppure una forza reale che domina il mondo attraverso le sue lusinghe cosicché per sconfiggerlo è necessario avere un appoggio in un altro ordine dell’essere?”

LO STATO-NAZIONE E IL MONDO MULTIPOLARE

La posizione dei difensori del mondo multipolare è del tutto opposta a quella dei globalisti: se uno stato-nazione effettua l’omogeneizzazione della società e favorisce l’atomizzazione dei cittadini, cioè implementa una profonda e reale modernizzazione ed occidentalizzazione, tale stato-nazione non ha importanza, in quanto rappresenta semplicemente un tipo di strumento della globalizzazione. Quello stato-nazione non è conservato degnamente; non ha alcun senso nella prospettiva multipolare.

CONTRO IL MONDO POSTMODERNO

Credo sinceramente che la Quarta Teoria Politica, il nazional-bolscevismo e l’eurasiatismo possano essere di grande utilità per i nostri popoli, i nostri paesi e la nostra civiltà. La parola chiave è “multipolarità” in tutti i sensi: multipolarità geopolitica, culturale, valoriale, economica, e così via.
La visione del nous (intelletto), come definito dal filosofo greco Plotino, corrisponde al nostro ideale. L’intelletto è uno e plurimo al tempo stesso, perché contiene tutti i tipi di differenze in se stesso, non uniformi o miste, ma prese come tali, con tutte le loro particolarità. Il mondo del futuro dovrebbe essere noetico in un certo senso: la molteplicità e la diversità devono essere intesi come una ricchezza e come un tesoro e non come un motivo di inevitabile conflitto. Ci dovrebbero essere molte civiltà, molti poli, molti centri, e molti insiemi di valori sul nostro pianeta, nella nostra umanità.
Tuttavia c’è qualcuno che la pensa diversamente. Chi si oppone a un tale progetto? Quelli che vogliono vuole imporre l’uniformità, il pensiero unico, un unico modo di vivere (americano) e un unico mondo. Lo fanno con la forza e con la persuasione. Essi sono contro la multipolarità. Pertanto, sono contro di noi.

Dobbiamo far esplodere il sistema liberale

Bisogna concentrarsi sul concetto di logos europeo, come ho scritto in Noomakhia. C’è un logos dell’Europa che è apollineo e dionisiaco allo stesso tempo; è patriarcale e solare nell’insieme ed è l’asse della civiltà europea tradizionale, presente nella cultura della civiltà greco-romana e indoeuropea. Oggi questo asse è dominato dal logos di Cibele, del matriarcato e della forma ctonica. La madre si scatena contro il padre, il principio apollineo, e contro il figlio, il principio dionisiaco; questo logos liberista titanico esprime la modernità europea che è anti-europea. Questa lotta per il logos europeo è questione di vita o di morte; non è possibile la pace il diavolo e il Cristo, tra il cielo e la terra, come diceva Heidegger. È necessaria una rivoluzione apollinea totale, politica, culturale ed economica contro le strutture liberali.

Credo che verrà un momento in cui il sistema globalista produrrà delle trasformazioni tanto brutali fino ad implodere. In questo momento il nucleo del logos europeo dovrà tornare ad emergere, pena il nichilismo più totale, il mondo delle macchine. Occorre quindi tenersi pronti in vista di questo momento, che segnerà la possibilità di un nuovo inizio: bisogna conservare la propria identità contro tutte le forze distruttrici. L’educazione alternativa è la via da seguire: si pensi agli scritti dell’autore essenzialmente europeo Dumézil, ma anche a quelli della Nuova Destra francese, senza dimenticare il patrimonio letterario italiano. La romanità deve essere salvata contro tutte le forze che non le consentono di manifestarsi.

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